Il calcio metafora della vita. Almeno per un altro po’…

Quando dico, alla maniera del protagonista di Febbre a 90, che «il calcio ha significato troppo per me» (magari sulle note di Baba O’Riley degli Who), faccio riferimento a un periodo della mia vita in cui, magari scioccamente, la Juventus era il mio centro di gravità permanente, con umori condizionati in base ai risultati e tutti i cliché possibili e immaginabili (ma veri, verissimi) sul rapporto viscerale, quasi malato, che lega un tifoso alla sua squadra. Ho pianto di dolore nelle notti di Monaco di Baviera e Manchester, di gioia dopo il 5 maggio e al fischio finale di Cagliari-Juve 0-2: quei pianti veri, che sembrano non dover finire mai (e, in effetti, non finiscono mai) e che ti “godi” in assoluta solitudine perché credi che quel momento sia soltanto tuo, che nessuno possa empatizzare con te, che quello che sia successo nei 90 minuti precedenti sia dipeso esclusivamente da qualcosa che tu hai o non hai fatto.

Non è così, ovviamente, e con il passare del tempo l’ho capito. Così come ho capito che una sconfitta (o un pareggio) vanno razionalizzati, ricondotti nell’ambito naturale delle umane cose, diventando più consapevole di come si stia effettivamente parlando della “cosa più importante delle cose meno importanti”. Chiariamo, non sono (ancora) diventato un radical chic da salotto che riesce ad accogliere con la stessa serenità d’animo il risultato del campo, qualunque esso sia: semplicemente, finita la partita, spengo la televisione e riaccendo il cervello. Il che, devo dire, mi aiuta a restare lucido nella ricerca e nell’analisi di cause e conseguenze rispetto quanto appena visto e, soprattutto, ad incassare meglio che in passato l’eventuale “botta” (mille e una virgolette) e a dare la giusta dimensione a tutto ciò che mi circonda.

In quelle due ore, però, mi trasformo, divento spesso ciò che non vorrei mai diventare, tiro fuori tutto quello che ho dentro, sfogo rabbia e frustrazioni. Tutto sommato credo che mi serva anche questo, soprattutto in questo preciso momento della mia vita. Perché, diciamocelo, non va molto bene, sia dal punto di vista professionale che da quello dei rapporti umani: il 2016 si è portato via una persona cara, il 2017 minaccia di fare altrettanto oltre che di allontanarmi da chi amo davvero. E, in mezzo, ci sono io, prigioniero in un limbo di indeterminatezza e paura del futuro dal quale dovrò uscire, anche se non so come e, soprattutto, quando. Lo dico a voi alla stessa maniera di come lo dissi a un mio amico davanti a un caffè un paio di settimane fa. Alla fine, forse facendolo apposta (anzi, mi piace pensare senza “forse”), se ne uscì con un «e, come se non bastasse, giochiamo pure male». Sul momento, in bilico tra un vaffa ed un sorriso, mi venne quasi da dirgli: «Fra, ma cosa vuoi che mi freghi adesso». Ma, in un certo senso, aveva ragione lui.

Perché poi Allegri cambia modulo, la Juve comincia a giocare e mi ritrovo a riassaporare le sensazioni ancestrali del bambino felice semplicemente perché «oggi c’è la partita, che bello». Non conta più nulla, né il passato né il futuro, solo Mandzukic che fa il Mandzukic (e, al momento, proprio Marione sarebbe l’unico in grado di darmi i consigli che mi servono), Higuain che fa l’Higuain, Dybala sempre in bilico tra i deliri di onnipotenza e la sciocchezza che non ti aspetti, Pjanic uno e trino, Lichtsteiner che mi sta facendo ricredere della sua utilità in questa rosa, Alex Sandro che ogni volta che lo vedi ti chiedi come sia possibile che uno così giochi per i tuoi, il «guarda come siamo usciti bene dal primo pressing», il «tre passaggi di prima e in porta, finalmente» o il «lo sapevo che così si giocava meglio».

Mi sono ritrovato a chiedermi se in tutto questo ci sia una lezione da trarre anche per me. Che, forse, anche io posso cambiare modulo e giocare meglio. Che, forse, se cambia qualcosa non vuol dire che debba cambiare proprio tutto. Che, forse, anche io, alla maniera di Mandzukic, dovrei seguire il principio del “play every game as if it’s your last”, smettendola di preoccuparmi di tante cose che non sono sotto il mio controllo. Che, forse, sono meno solo di quel che credo e anche io ho un Bonucci o un Barzagli pronto a coprirmi le spalle in caso di bisogno o di una palla persa malamente a centrocampo.

Infantile come ragionamento eh? Avete ragione. E, infatti, è da tempo che mi sono imposto di smetterla di credere che le vicende di una squadra vadano di pari passo con quelle della vita di un essere umano, con tutti i problemi reali e non legati a questioni di tattica, di diagonali sbagliate, di inserimenti non effettuati con il tempo giusto, di un gioco che va e viene ad intermittenza. Eppure, adesso è come se avessi bisogno di sperarci ancora una volta, proprio come quando ero bambino, quando i lunedì mattina a scuola erano meno pesanti se la Juve aveva vinto la domenica. E anche oggi che i lunedì sono sempre più lunedì degli altri, svegliarmi e buttare un occhio sullo smartphone e sulla gif del gol del Pipita mi ha tranquillizzato, mi ha fatto stare meglio, mi ha fatto dimenticare per un attimo tutto il resto, ricordandomi come mi sono sentito bene in quell’istante.

Tutto passa, tutti passano. La Juve no. La Juve c’è stata, c’è e ci sarà. E non avete idea di quanto sia importante adesso una cosa così frivola. Per me e, spero, anche per voi.

Claudio Pellecchia.