Il nemico è la paura

Stavolta no, Allegri non è riuscito a trasferire in campo la tranquillità ostentata in conferenza stampa.

E’ vero che ci sono anche gli avversari, mentre ormai ci siamo abituati a pensare che per la rosa, il fatturato, la tradizione, lo stadium, tutto dipenda solo da noi. Il Napoli ha giocato bene, con un ottimo possesso palla, un buon pressing, ha chiuso ogni spazio: si è dimostrato un super avversario, come già sapevamo.

Però no, stavolta non la nostra non è stata una semplice gestione paziente della partita: si è vista la paura, il “braccino” degli appoggi elementari sbagliati, dei mille retropassaggi al portiere, dell’azione che porta al calcio d’angolo decisivo, con i centrocampisti che non intervengono, i difensori che non chiudono, il portiere che non la tiene e così via. Una partita brutta, troppo brutta, in cui non hai mai cercato di vincere, hai rischiato poco di perdere ma, alla fine, se non ci provi proprio mai, se torni sempre indietro, non fai che aumentare colpevolmente le possibilità che finisca così.

Ed è finita così, con la vittoria di chi l’ha voluta e quindi meritata di più.
Bravi loro, protagonisti in ogni caso di un campionato sensazionale, intanto, allora.

“E’ sempre così, giochiamo sempre così”, ti dicono fieri i pionieri del “te l’avevo detto”, i primi a twittare orgogliosi alla prima sconfitta in campionato dopo qualche mese. Senonché, personalmente, per quelli del “te l’avevo detto” non provo particolare simpatia nella vita “reale”, figuriamoci quando vivo una passione irrazionale come il calcio. Perché poi, a pensarci bene, me l’avevi detto da anni, sin da quando Marotta ha preso Pirlo (“vedrai, non è adatto al gioco di Conte”), quando il buon Antonio ci ha lasciato (“vedi? Questa società non vuole vincere”), quando è arrivato Allegri, dopo il Frosinone, dopo Sassuolo, quando è partito Pogba, quando è saltato Draxler e così via.

Va detto: al netto dei risultati, non siamo mai decollati, quest’anno; costruiamo da dietro con grande difficoltà, fatichiamo immensamente a fare un pressing organizzato, abbiamo assistito a diverse partite noiose e complicate (vedi Tottenham e Lazio, per dire di due trasferte vinte in modo esaltante ma non certo brillanti), senza particolari spunti, non è mai arrivata la tanto annunciata Juve primaverile (se non a Madrid).
Tuttavia, se davvero avessimo giocato sempre come ieri, non avremmo di certo vinto praticamente sempre da dicembre, pareggiando solo un paio di partite; in questi mesi (o anni, per alcuni) allegriani la Juve, facendo più o meno bene, ha spesso volutamente lasciato “giocare” gli avversari, ma rischiando poco e costruendo comunque, con rare eccezioni, ben più di loro. Nulla di paragonabile a ieri.

Probabile sia finito un ciclo con questo tecnico, e chi lo nega? Gli allenatori, come i giocatori, passano e siamo sempre andati avanti lo stesso.
Sarà così, ci mancherebbe, anche dopo Allegri (con un sentito grazie per i titoli conquistati e gli esaltanti percorsi di Champions, mostrando sempre uno stile consono a questa società).

Ma ieri no, ieri non è stata una partita da Juve di Allegri, pure se me lo avevate già detto: eravamo imprecisi, impauriti, sulle gambe, bloccati psicologicamente, nulli davanti, approssimativi dietro e davvero non è facile comprenderne il motivo.

Perché avere il “braccino”, oggi, nell’aprile 2018?
Stiamo vincendo lo scudetto da 6 anni consecutivi, non c’è da avere paura; non siamo agli incubi del dopo Juve-Lecce di Bertolacci, quando pensavamo di avere ormai quasi buttato un’occasione storica che chissà quando ci sarebbe ricapitata. Ormai no, veniamo da mille vittorie consecutive, da anni lunghissimi in cui vinciamo solo noi, con gli avversari talmente annientati che ormai si buttano nelle fontane per ogni vittoria finanche non definitiva.

Non c’è da avere paura: sappiamo perfettamente, tranne chi crede un po’ troppo a coloro che tendono a sminuire ogni successo, che non si può vincere sempre, che prima o poi non accadrà, che forse quel giorno è vicino e in quel caso saremo i primi ad applaudire chi vincerà (come abbiamo fatto con chi ieri ha vinto meritatamente) senza dimenticare di applaudire anche la Juve, per rendere omaggio a questo ciclo.

Non c’è da avere paura, dunque, c’è da ritrovare il piacere di giocare; non siamo stanchi, perché quest’anno abbiamo lavorato per avere benzina fino alla fine, la rosa è vasta e giocatori che hanno energie non mancano di certo. Vanno recuperati necessariamente Dybala e Higuain, che quest’anno ci hanno trascinato in momenti diversi (mai insieme, purtroppo) ed è necessario che si ritrovino ora. Poi, per pensare al futuro, c’è sempre tempo. Va deciso chi è il primo sostituto di Chiellini. Va risolto l’enigma Benatia, perfetto praticamente sempre per 88 minuti, poi in alcuni finali incerto con Schick, a Madrid e ieri sera. Vanno valorizzati l’imprevedibilità di Douglas Costa e Cuadrado e lo strapotere fisico di Mandzukic, alternandoli nel modo migliore.

Va ritrovata la voglia di dimostrarsi più forti, se davvero lo si è ancora.

L’orgoglio per battere chi fa il dito medio ai tuoi tifosi; chi ironizza sulla tua storia europea, quando una storia europea non l’ha mai avuta in vita sua; chi tace se i tuoi supporter non possono seguirti a Napoli, ma fa una battaglia perché non avvenga il contrario; chi continua, convinto di possedere un apprezzabile umorismo, a citare entusiasta il bidone al posto del cuore, mentre non si accorge di avere la faccia di uno che si lamenta da 20 anni dello stesso episodio; chi (praticamente tutta Italia) tifa perché tu dopo una vita perda lo scudetto e finalmente possano tornare a buttarsi nelle fontane tutti gli altri, uniti e indistinti nei festeggiamenti.

Allora, per una settimana, per due, per tre, anche se è difficile, anche di fronte a partite complicatissime con squadre in forma che si giocano tutto, in campi in cui non ci amano, andiamo e giochiamocela senza paura.

Se non ce la faremo, magari già sabato a San Siro, ci sarà tutto il tempo per applaudire i rivali, ringraziare i ragazzi, pensare dove abbiamo sbagliato, come possiamo migliorare, quali errori non ripetere.
E, ci mancherebbe, per twittare che ce lo avevate detto.

Il Maestro Massimo Zampini